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Stecca NET : Indice » »
MUSICA » » I "Giganti" del Rock (profili) !!!
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I "Giganti" del Rock (profili) !!! |
stecca


Registrato dal: 17-04-2002
Messaggi : 6791
OFF-Line
| Inserito 05-02-2004 alle ore 10:36  
Raccogliamo qui per gli interessati (chiunque potrà aggiungere altri profili) alcune schede su i grandi del rock:
Si tratta di nomi noti e stranoti ed ovviamente, dato il “genere” musicale prescelto, provenienti dai due Paesi che, dopo il ciclone Elvis Presley, hanno quasi monopolizzato il mercato degli anni 60, 70 ed 80, ovvero Inghilterra e USA, e come ovvio la scelta degli “apripista” non poteva non cadere su coloro che sono un po’ i padri putativi di tutti quelli che verranno dopo, e che ancora oggi 45 anni dopo, piaccia o meno, riescono a giustificare un intero film musical di cover (Accrosss the Universe).
1) The Beatles (1962-1970):
La esplosione del più massiccio fenomeno musicale della storia musicale moderna appare inversamente proporzionale alla tutto sommato breve durata del percorso di gruppo dei cd. Fab Fours che si concentra, di fatto, in soli 8 anni, ovvero dal 1962 al 1969, anno nefasto del “sacrilego” scioglimento della band prima della pubblicazione (“postuma”) dell’ultimo LP “Let it Be”.
Il più celebre quartetto del rock era in realtà assortito in modo alquanto strano, tra un duo di geni assoluti, seppur diversissimi, il poetico e melodico Paul (Mc Cartney) ed il rivoluzionario e più metallico John (Lennon), loro quasi tutti i più importanti hits, cui si aggiunsero prima un discreto chitarrista George (Harrison) ed infine un ben modesto batterista Ringo (Starr), ma la forza irripetibile dei baronetti inglesi è stata la incredibile innovazione della scena musicale.
Un po’ come per la Callas nella lirica insomma, anche la musica pop e rock si divide in un pre e post Beatles, e bene o male tutti i successivi artisti inglesi o americani degli anni ’70 ed anche oltre, dovranno chi più chi meno, fare i conti con loro.
I primi LP dal 1962 al 1964 sono serviti a creare il mito e lo stile, ritornelli efficaci, ritmo ballabile, accordi semplici e coretti irresistibili, e tra le decine di successi si ricordano Love me do (la canzone del debutto in classifica), She loves you, Please please me, From me to you, I should know better etc. con la conquista del mercato oltre manica, e le celeberrime tournee in USA, Europa etc. A Milano pensate fecero un doppio concerto al Vigorelli uno al pomeriggio ed uno alla sera prima di farsi ritrarre sul tetto del Duomo in quella foto che diventerà la copertina del 45 giri Parlophone di Long Tall Sally.
Dal 1965 il sound del gruppo si evolve ed escono i primi due albums capolavoro: Help e Roubber Soul e la loro prima fase si conclude con il superlativo Revolver del 1966.
In questa ulteriore infornata di successi vale la pena di ricordare le lente ed un tantino abusate Yesterday, Michelle e Girl, ma soprattutto le straordinarie Eleanor rigby e Nowhere man.
Dal 1967 il sound del gruppo, che decide di non fare più concerti dal vivo, cambia e si adegua alle nuove tendenze psichedeliche anche grazie alle esperienze orientaleggianti di Harrison, e con il loro capolavoro assoluto Stg. Peppers lonely hearts club band operano la seconda ed ancor più decisiva rivoluzione della storia del pop-rock.
A day in the life, With a little help from my friends ed altre canzoni dell’album segnano il vertice assoluto della ispirazione musicale di Lennon/Mc Cartney, e nello stesso anno esce anche l’onirico Magical Mystery tour.
Nel 1968 esce il controverso e geniale doppio Album “bianco” che apre una fase sperimentale, anche se si avverte l’inizio della crisi nel binomio dei due geni e poco dopo pubblicano la colonna sonora del suggestivo film animato Yellow Submarine.
Nel 1969, dopo la stracelebrata Hey Jude, esce Abbey Road, manifesto rock-pop dell’epoca e degli anni a venire, e che risulta tutt’oggi il disco più venduto dei Beatles, con forse una delle più belle canzoni d’amore della storia che tuttavia stavolta è di George Harrison (Something), oltre a Here Comes The Sun e Come Together.
L’ultimo LP “Let it be” esce nel 1970 quando il gruppo si è già disciolto, e riporta materiale inciso prima di Abbey Road, ma contiene alcuni capolavori quali Get Back, The long and winding road oltre la stracelebre title-track, brani stupendi che chiunque può deliziarsi di vedere eseguire live in quel celebre filmato che ritrae l’improvvisato concerto sul tetto degli studi londinesi della Apple e che segna la fine del sogno, la fine della storia, ed i fab four prenderanno strade autonome che tuttavia, occorre dirlo, non faranno neppure “le scarpe” a quanto seppero creare negli anni in cui risucirono a resistere insieme.
Solo Lennon riuscirà a produrre capolavori vagamente alla altezza dei Beatles (su tutte la immortale Imagine), Mc Cartney ripiegherà su un easy listening sdolcinato coi Wings e signora, Starr scomparirà nella sua mediocrità, ed Harrison, dopo un inizio al fulmicotone con un triplo contenente la azzeccata My sweet lord (tuttavia accusata di plagio), si avviterà su lavori poco significativi.
Non ci sarà mai più un gruppo così importante, grazie ad un insieme di fattori irripetibili, questi 4 ragazzi di Liverpool hanno più o meno consapevolmente fatto la storia della musica del dopoguerra.
Dischi consigliati:
Revolver
Stg. Peppers lonely Hearts club band
Abbey Road
2) Bob Dylan (1962 - 2004):
I meno colti cugini yankee si prendono una bella rivincita con ll mitico menestrello geniale che, partito con chitarra ed armonica folk, alla ricerca del vate Woody Guthrie, rivoluzionerà non solo il Greenwich di NY e gli anni sessanta, ma l’intera storia della musica rock: BOB DYLAN.
I due capostipiti intercontinentali si incontrerranno in occasione della tournè USA dei Fab Four, fino a quel mitico incontro del 1967 nelle campagne di Woodstock, ove il riservato “contadino” Robert (in esilio da infortunio) stupirà il vicino fattore (ignaro di quale celebrità dividesse il suo misero orticello) ricevendo un giorno a casa sua 1 lussuosissima quanto assai poco campagnola limousine, da cui scesero nell’ordine Eric Clapton, George Harrison e Patty Boyd. Immaginiamoci la faccia basita del vicino e la sua immediata domanda: “Ma chi cazzo sei, scusa ???” e lui....”Bob Dylan” !!!
Nel caso dell’ex menestrello Robert Zimmermann, allievo del celebre folk-singer Woody Guthrie e che deve il suo nome d’arte alla passione per il poeta Dylan Thomas, la collocazione tra le leggende degli anni ’70 suona un tantino riduttiva trattandosi di artista sulla breccia da ormai 50 anni che ha ammaliato ormai quattro generazioni, visto anche il tutto sommato recente Oscar per la canzone “Times have changed” dal film Wonder Boy oppure il bellissimo Cd “Love and Theft” datato 2001 !!! La sua inimitabile voce “trascinata” (un ferito coyote del deserto straziato ma poetico, fu definito nei primi anni) può fungere da ideale colonna sonora alla storia degli USA, e quindi alla storia mondiale…del dopoguerra. Data la smisurata produzione di indimenticabili capolavori e raccolti, caso più unico che raro, nel corso di clamorose metamorfosi stilistiche (folk, country, rock, psichedelica, impegnata, etnica, religiosa, pop etc.) che non hanno paragone alcuno, è operazione non facile il tentare di ripercorrere una “summa” di quello che è stato un vero e proprio genio assoluto, autore di alcune canzoni davvero epocali, divenuti veri e propri inni generazionali.
Il debutto è del 1962 con l’LP “Bob Dylan” che nel suo ancora acerbo folk già contiene un capolavoro assoluto, ovvero la cover degli Animals “House of the risin’ sun” (ignobilmente storpiata anni dopo dal gruppo Disco Santa Esmeralda), ma è nel 1963 che esce l’album “The Freewhelin” ed è già storia con le mitiche “Blowin in the wind”, “A hard rain’s gonna falls” e “Don’t think twice it’s all right” ed il suo disco diviene un manifesto del movimento pacifista che con la allora compagna Joan Baez ed altri smuoveranno la protesta USA anti guerra in Vietnam, ed infatti l’anno successivo uscirà il suo LP più politico dalla meravigliosa title-track “The Times they’re a changin” preparando il movimento del ’68. Nello stesso 1964 esce tuttavia il più disimpegnato “Another side of B.D” con la splendida “It ain’t me babe”, una delle cover più inflazionate del decennio.
Nel 1965 escono 2 Lp storici, il primo è “Bringing it all back Home” con la celebre “Mr Tambourine Man” (che farà la fortuna dei californiani Byrds), mentre con “Maggie’s farm” fa capolino il blues, e il secondo è la svolta rock di “Higway 61 revisited” che presenta il suo più bel pezzo singolo, ovvero la trascinante ballata “Like a rolling stones” ove i testi risultano sempre più allucinati ed…anfetaminici. Ormai è consacrato alla leggenda e nel 1966 se ne esce con il primo album doppio della storia del rock e cioè con quel “Blonde on blonde” ancora oggi considerato da molti il più bel Lp della storia, si ricordano gli hits “Just like a woman” e “Menphis blues again”. Dopo un grave incidente in moto che lo blocca per quasi due anni e gli fa saltare l’appuntamento di Woodstock, nuova svolta country con il suadente “Nashville skyline” ove, con voce irriconoscibile e languida, fa sognare con il grande exploit di “Lay Lady Lay”. Nel 1973 firma la colonna sonora del film “Pat Garrett & Billy The Kid” con la classica “Knockin’on Heaven’s door” (futura cover di Bob Marley e soprattutto dei Gun’s Roses)), mentre l’anno successivo incide con gli amici della Band “Planet Waves” che contiene “Forever Young”. Nuovo capolavoro nel 1975 con “Blod on the Tracks” (Shelter from the storm e Simple twist of fate tra i titoli) e nel 1976 scala tutte le classifiche mondiali con l’album “Desire” grazie alla incredibile “Hurricane” ballata ispirata al pugile nero R.Carter recentemente interpretato al cinema da D.Washington. Nel 1976 escono contemporaneamente LP live e film del concerto Hard Rain, spettacolare ed ispirato come forse non lo sarà mai più, con una versione interminabile di “Idiot wind” da brivido. Di “Street legal” del 1978 si segnala la superba e ritmata “Changin’ off the guards” a livello di “Hurricane” seguito dallo stupendo bootleg live “At Budokan” doppia testimonianza di irripetibili concerti giapponesi. Nel 1979 con il controverso “Slow train coming” si assiste alla svolta religiosa, valorizzata dalla suntuosa presenza della chitarra di M.Knopfler futuro leader dei celebri Dire Straits, svolta confermata in chiave goespel dal successivo “Saved” del 1980. Gli anni successivi saranno ancora ricchi di inventiva (non esistono pause creative in Dylan) ma il grande Dylan appare solo a tratti come nel caso di “Oh Mercy” del 1989 o con il ritorno acustico di “Good as I Been To You” nel 1992. Ma quando uno è un genio le sorprese sono dietro l’angolo, e così quando era ormai dato per finito, nel 1997 il mitico cinquantasettenne Dylan pubblica un sensazionale Cd “Time out of Mind” che si aggiudica ben 3 premi grammy compreso quello di disco rock dell’anno con tanti saluti ai nuovi miti. Infine è storia recente, l’originalissimo Cd semi-western “Love and Theft”, l’Oscar per la canzone da film.
Oggi tiene programmi in radio, escono continuamente libri sulla sua poetica e film celebrativi etc.etc. Non è neppure possibile consigliare un CD piuttosto che un altro in grado di raccogliere degnamente il percorso di un siffatto artista che non ha eguali per durata di una vena artistica e che ancora oggi lo vede riempire gli stadi, mito sopravvissuto alla propria stessa leggenda, Il più grande di tutti e ciò basti !!!
CD consigliati:
The freewhelin
Higway 61 revisited
Bolnde on Blonde
Desire
3) The Rolling Stones (1963 - 2004)
Si completa la triade dei padri fondatori e dopo il poeta menestrello americano, si ritorna nella perfida albione dove un nuovo gruppo assai più arrabbiato ed irregolare comincia piano piano a contendere la irraggiungibile palma dei 4 baronetti (scheda 1) da cui si faranno prestare “I wanna be your man” che rimarrà l’unico pezzo suonato da entrambe queste leggende, anzi super-leggende giacchè se il duo Lennon-Mc Cartney fu l’apripista, non vi è dubbio che il rock, quello vero e tosto, la quintessenza appunto, nasce con il duo Jagger-Richard, duo che, esattamente come Dylan, risulta ancora oggi ed incredibilmente sulla breccia, e che breccia....come si avrà modo più avanti di descrivere.
Jagger e compagni (ma sarebbe corretto almeno dire Jagger più Richard e compagni, perchè la celebre invenzione del riff del chitarrista più innovativo della storia del rock vale la voce ed il carisma del Mister immensi labbroni Mick) arrivano poco più di un anno dopo i Beatles, direttamente virando verso quell’Hard rock di cui sono stati gli antesignani e che per certi aspetti ha costituito non minore innovazione melodica di quella dei “cugini” baronetti rispetto a Presley.
Non si contano nè le canzoni nè gli Album immortali di questa band che merita a pieno titolo l’appellativo di “storica” e che chiude la mitica triade dei fondatori, delle leggende del rock, quindi non starò qui a ricordare titoli o tappe note e stranote, preferisco, in questo caso, ricorrere alla esperienza diretta proprio a significare il miracolo della loro longevità quasi cinquantennale...
Non pù tardi di 4 anni fa, infatti, e precisamente nella serata del 10 giugno 2003 questi pluricinquantenni tornarono a Milano 33 anni dopo la loro ultima apparizione per un memorabile concerto al Meazza. Tutti coloro che ebbero la fortuna di assistere a quella incredibile serata concordarono sul fatto che i vari Springsteen, RHCP e compagnia cantante, ovvero gente che pure aveva elettrizzato in quello stesso luogo nei giorni precedenti o successivi, era stata letteralmente surclassata da quei “vecchietti” capaci ancora di tirare fuori live una energia musicale che non aveva e non ha (e forse non avrà...) paragone alcuno nella storia dei concerti rock.
Esiste un video straordinario di un memorabile concerto gratuito del 1967 (qualche giorno dopo la drammatica morte di Brian Jones) tenutosi ad Hide Park davanti ad una folla staripante, ove si può capire la incredibile grandezza carismatica on stage di questa band assai più che nella freddezza di uno studio di registrazione, bene: la cosa incredibile e miracolosa (sissignori miracolosa !) è che a parte qualche “ruga facciale” nei primi piani del duo, il confronto tra le due performance le fa sembrare....coeve, non si tratta, come in tutti gli altri casi, di attempati signori che riscoprono il gusto di suonare insieme dei capolavori di gioventù, ma di una giovane band (sissignori giovane !) in piena forza vitale e musicale, chiunque, al posto di Jagger, sarebbe sembrato ridicolo ad esibire ancora al Meazza quelle movenze di Hide Park, lui invece no ! Perché quella musica sono loro e loro sono quella musica, e quella musica non può essere solo suonata, deve essere per forza vissuta in quel modo, fino allo spasmo, perchè è musica totale, è appunto la quintessenza del rock !!!.
Ai tempi così ricordai quel concerto incredibile:
“Cari amici data storica questa sera al Meazza: dopo 33 anni Jagger & compagni tornano a Milano e la leggenda non mostra una crepa, anzi...
Pubblico immenso e di tutte le età (ma tantissimi i ragazzini under 18 !!!), caldo asfissiante, birre a fiumi, sparring d'eccezione i bravi Cramberries, luce a pieno giorno, volume fin troppo contenuto per non disturbare i noiosi, coreografia mediocre e poi tutto è pronto ed entrano loro 4, in testa un ragazzetto di circa 60 anni che salta come un grillo per oltre 2 ore e mezza senza pausa !!! Già la sola idea di un gruppo che per "scaldare" il pubblico può permettersi di partire con l'abbinata Brown Sugar e Star me up e che come quarto pezzo infila I Miss You rende l'idea di cosa voglia dire avere un repertorio smisurato di capolavori assoluti costruito in 40 anni di attività ai massimi !!!!
Il delirio è collettivo e dalle 20 e 30 alle 23, 50.000 fortunati vivono al Meazza un momento epico di quelli che racconterai anche fra 30 anni con gli occhi sognanti.
Vedere dal vivo Jagger e Richard cantare i loro pezzi con i quali sono cresciute almeno 3 generazioni è un pò come vedere Dante che ti viene a leggere la Divina Commedia, con la differenza che quella te la puoi leggere anche da solo... Che dire se non che tra le varie Honky Tonk woman, Jumpin Jack Flash, Angie, It's only Rock and roll, You can't get, Street fighting man, If you can't rock me etc. 3 sono i momenti assoluti della serata magica. Il primo è una trascinante esecuzione della pazzesca Simpaty for the devil (che sembra ancora scritta ieri...), il secondo è una inaspettata esecuzione di Like a Rolling Stones di Dylan ed infine quel che succede quando 50.000 persone cantano e ballano insieme a Jagger I can't get no, satisfaction !!!
Alla fine la faccia di tutti è quasi stranita, vi è la consapevolezza di avere visto un pezzo di storia attualizzarsi, il più bel concerto della vita ??? Sicuramente il più emozionante e nonostante l'acustica, insomma era a tutti chiara finalmente la differenza tra bravi artisti e una leggenda e questa sera la leggenda era viva e vegeta insieme a noi che c'eravamo.
Qualcuno aveva detto che ormai erano "vecchie glorie" ??? Complimenti a quel qualcuno....”
Anche per i Rolling Stones (come per Dylan) è impossibile consigliare un CD piuttosto che un altro....50 anni di musica non si possono ridurre ad uno o due album, mi limito a dire che se cercate il più trascinante pezzo primi anni sessanta c’è let’s spend the night together, se volete il più commovente pezzo lento c’è Angie se volete cogliere l’inizio del psichedelico c’è Ruby Tuseday se volete l’inno degli anni settanta c’è satisfaction se volete il più trascinante pezzo disco c’è I miss you, e potrei andare avanti, direi che il Rock sono gli Stones e che gli Stones sono il rock anzi, e ripeto, la quintessenza.....
La mia amica Margherta Sanjust così scrisse tempo addietro:
Rolling Stones Ribattezzati "World's greatest rock’n’roll band" da gran parte della stampa specializzata, i Rolling Stones sono davvero una delle formazioni più importanti (e longeve) dell’intera storia della musica. Partendo dalle radici afro-americane del rock - i ritmi tribali, il blues, il jazz - hanno forgiato uno sound unico, che ha segnato un’epoca e influenzato una miriade di band. Una rivoluzione musicale, quella di Mick Jagger e soci, che - come scrive lo storico del rock Piero Scaruffi - ha toccato ognuno degli strumenti tipici del rock: “La batteria assimilò il tamtam lascivo del folk tribale, il tamburo marziale delle bande militari e lo swing sofisticato del jazz, la chitarra esasperò lo stile crudo e squillante di Chuck Berry, il basso inventò un suono ruvido e sguaiato, il canto trasformò il crooning sensuale dei cantanti soul in un verso bestiale, e gli arrangiamenti di tastiere, flauti e strumenti esotici travisarono completamente gli intenti delle culture da cui venivano presi in prestito”. Il primo nucleo della band nasce a Londra agli inizi degli anni '60, quando il cantante Michael Phillip "Mick" Jagger (1943, Dartford, Gran Bretagna) e il chitarrista Keith Richards (1943, Dartford, Gran Bretagna), compagni di scuola fin dalle elementari, formano con Dick Taylor, Bob Beckwith e Allen Etherington i Little Boy Blue And The Blue Boys, uno dei tanti gruppi ispirati al blues di Chicago. All’organico si aggiunge subito il polistrumentista Brian Jones (Lewis Brian Hopkins-Jones, 1942, Cheltenham, Gran Bretagna). Jagger e Richards sostituiscono gli altri tre con il chitarrista Geoff Bradford, il pianista Ian Stewart e i batteristi Tony Chapman e Mick Avory (quest'ultimo poi confluito nei Kinks). Nella prima fase della storia degli Stones, l'anima del gruppo è Brian Jones. Dotato di un prodigioso talento per la musica (fin da ragazzino sapeva già suonare di tutto, dall'organo al sassofono) e di un altrettanto spiccata capacità autodistruttiva, Jones vantava anche il curioso primato di aver concepito ben sei figli da altrettante ragazze nell'arco di un decennio (il primo a quindici anni). Inguaribile provocatore e anticonformista, incarnava in tutto e per tutto la figura del rocker dannato, cresciuto suonando gli angoli delle strade e fumando marijuana. Negli anni in cui i Beatles venivano definiti “capelloni” solo perché portavano i capelli a caschetto, Jones e Jagger costituivano, in realtà, la vera alternativa europea al mito maudit di Jim Morrison. Il debutto della band avviene il 12 luglio 1962 in uno dei templi del rock: il Marquee di Londra. Nel frattempo, si uniscono al nucleo originario Bill Wyman (William Perks, 1936, Londra), ex-bassista dei Cliftons, e Charlie Watts (1941, Islington, Gran Bretagna), batterista della Blues Incorporated di Alexis Korner. Ribattezzatisi The Rolling Stones, da una celebre canzone di Muddy Waters, vengono notati dal manager Andrew Loog Oldham, che procura loro un contratto con la Decca e estromette dalla formazione Stewart (che diventerà road manager del gruppo e membro aggiunto). Nelle mani di Oldham (autore del celebre slogan "Lascereste che vostra figlia uscisse con uno degli Stones?"), Jagger e compagni si impongono come alternativa “sporca” e trasgressiva ai Beatles. Nasce così il più celebre dualismo tra band dell’intera storia del rock. La musica degli Stones è impudente e selvaggia come la loro immagine. E attinge dalle sorgenti blues del rock’n’roll. Il primo singolo, “Come On” (1973), è la cover di un brano di Chuck Berry, il secondo 45 giri è addirittura scritto dai "rivali" Lennon e McCartney (“I Wanna Be Your Man”), ma è “Not Fade Away” (di Buddy Holly) che, nel giugno 1964, ottiene i primi positivi riscontri di vendita. I cinque successivi singoli (tra cui “Little Red Rooster”, “The Last Time” e “Get Off My Cloud”) contendono la vetta delle classifiche agli hit dei Beatles. Nella luccicante “Swinging London” degli anni ’60, i Rolling Stones rappresentano l’anima nera e sotterranea della città. Quella che si nutre di baccanali assordanti nei club underground. Quella che vibra della rabbia dei bassifondi, dei sobborghi più violenti e degradati. La loro musica, tuttavia, riesce a far breccia su un pubblico molto più ampio, grazie alla straordinaria abilità tecnica di un ensemble che non si regge solo sul genio di Jones. “Richard in particolare – scrive Scaruffi - il cui stile era la prima imitazione cosciente di Chuck Berry, si impose subito come il più grande chitarrista del beat. I suoi fuzz avevano la funzione di compensare la mancanza di una sezione di fiati. Watts e Wyman formavano la sezione ritmica funky più essenziale della storia del rock. Jagger era l'attrazione principale: modellava il suo vocalismo sul canto agonizzante di Otis Redding e di Solomon Burke e si agitava molto sul palco, al punto da essere paragonato ai performer neri più scatenati di dieci anni prima”. Il graffiante album d’esordio, Rolling Stones (Decca, 1964), è la rielaborazione di classici del rhythm and blues, tra cui “I'm A King Bee” (Slim Harpo), “Carol” (Berry), “Route 66”, “I Just Want To Make Love To You” (Dixon), ma presenta anche il primo brano firmato Jagger & Richard: “Tell Me”. In questa fase, tuttavia, la band si esprime soprattutto su 45 giri. Come con “It's All Over Now”, versione di un brano di Bobby Womack incisa a Chicago, ma soprattutto con due cover di Dixon, “Time Is On My Side” e “Little Red Rooster”, e due interessanti composizioni originali: “Heart Of Stone” e “Good Times Bad Times”. Questi ed altri brani vengono raccolti in Rolling Stones n. 2 (che negli Usa si chiamerà Now). E’ il 1965, però, a segnare l’inizio del mito degli Stones, grazie a un trittico di singoli folgoranti: “The Last Time” (febbraio), “(I Can't Get No) Satisfaction” (maggio) e “Get Off Of My Cloud” (settembre), tutti nel segno di un blues contagioso, propulso dai riff distorti di Richards e dal canto sguaiato di Jagger. E’ soprattutto “(I Can't Get No) Satisfaction”, inno sensuale dai trascinanti accordi di chitarra, a impazzare su entrambe le sponde dell’Atlantico, rimanendo per quattro settimane in testa alla classifica di "Billboard". Ma i Rolling Stones non mettono a soqquadro solo il mondo della musica. A scandalizzare i benpensanti sono anche i loro concerti incendiari (memorabile quello finito in rissa a Berlino nel 1966 dopo un passo dell’oca nazista messo in scena da Jagger), i continui atteggiamenti provocatori, lo stile di vita depravato, all’insegna di sesso, violenza e droga, i flirt scandalosi (celebre quello di Mick Jagger con Marianne Faithful). Le loro canzoni sono affollate di personaggi turpi e dissoluti: squilibrati, tossicomani psicopatici, prostitute, delinquenti. Ma il mito dei Rolling Stones non è solo violenza selvaggia. Jagger e compagni, infatti, sanno anche commuovere con un paio di ballate struggenti come “Play With Fire” e “As Tears Go By” e progredire verso un suono più maturo. Ne è un saggio Aftermath (1966), il primo album interamente composto da Jagger e Richard. E’ una successione di capolavori, dalla ballata acustica e ambigua di “Lady Jane” (dedicata a una donna o alla marijuana?) all’incalzante “Under My Thumb”, dal ritmo ossessivo di “Out Of Time” al magico sitar di “Paint it black”, inno mistico e inquietante al “lato oscuro” dell’animo umano. Anche gli arrangiamenti si fanno più ricchi. Alla sezione chitarra-basso-batteria si aggiungono strumenti come il dulcimer, le marimbas, il sitar, il flauto e ogni tipo di tastiere. La teoria di singoli di successo prosegue con la blasfema, elettrizzante “Mother's Little Helper” e con la sensuale “Let's Spend The Night Together” (la cui censura operata dai media porta al successo il lato B, “Ruby Tuesday”), mentre le sceneggiate di Jagger sul palco (il primo album dal vivo, Got Live If You Want It!, viene pubblicato solo sul mercato discografico statunitense) e i clamorosi arresti per droga di Jagger, Richards e Jones (agli inizi del 1967) riempiono le cronache. Prolifici ormai non solo di singoli, ma anche di album, gli Stones escono nel 1967 con l’accoppiata Between The Buttons e Their Satanic Majesties Request, due lavori sull’onda della febbre psichedelica che contagia la Gran Bretagna a partire da “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” dei Beatles. Anche Jagger si dichiara seguace del Maharishi Mahesh Yogi, ma Their Satanic Majesties Request, l'album che più risente di queste influenze, è un mezzo passo falso, parzialmente riscattato da brani suggestivi come “Dandelion” e “She's A Rainbow”. Il ritorno in grande stile avviene nel 1968 con due bellicosi 45 giri, “Jumpin' Jack Flash” e “Street Fighting Man”, ispirati dai disordini studenteschi che infiammano il mondo, e con l’album Beggar's Banquet, che vira verso sonorità più asciutte, in linea con il blues-rock depravato degli esordi. Emblema di questo “ritorno al Male” è l’inno satanico “Sympathy For The Devil” (con un fraseggio pianistico di Hopkins). Nel frattempo, gli Stones scaricano Oldham e si affidano a Allen Klein, registrando un tv-show (con Who, John Lennon & Yoko Ono, Jethro Tull) che resta inedito fino al 1996 (The Rolling Stones Rock & Roll Circus). Ma la storia della band più oltraggiosa d’Inghilterra volge presto in tragedia. Nel 1969 Brian Jones, ormai abbandonato al suo destino di autodistruzione e sostituito con Mick Taylor, viene trovato morto nella sua piscina. L’autopsia parlerà di overdose di alcol e droghe. Ma non mancheranno, negli anni, i sospetti su un suicidio o addirittura un omicidio. Da questo momento in poi, un’aura di morte circonderà gli Stones, quasi che la loro leggenda dovesse continuamente nutrirsi di sacrifici umani. Nel dicembre dello stesso anno, durante l'esecuzione di “Sympathy For The Devil” al Festival di Altamont (cui partecipano anche Grateful Dead, Santana e Crosby, Stills, Nash & Young), il violento servizio d'ordine degli Hell's Angels, voluto dagli Stones, provoca disordini, che culminano con l'uccisione di uno spettatore. Infine, Jagger lascia la Faithful, devastata dalla droga e più volte sull’orlo del suicidio, e sposa Bianca Peres Morena de Macias, una giovane aristocratica nicaraguense. Ma gli ex loschi figuri della suburbia londinese sanno ancora graffiare. Ne sono la riprova “Honky Tonk Women” e la suite “You Can't Always Get What You Want” (con coro a cappella, organo di chiesa e percussioni latine), che fanno da preludio all’album Let It Bleed, trascinato dal ritmo di “Gimme Shelter” (ripresa persino in chiave dark, dai Sisters of Mercy). Rinnova il miracolo l’album Sticky Fingers (1971), con la stupenda ballata “Wild Horses”, infuocati rock blues e una manciata di brani con espliciti riferimenti alle droghe (“Brown Sugar” e “Sister Morphine”). Celebre anche la copertina ideata dal maestro della pop art Andy Warhol, con un’autentica cerniera lampo. L'album schizza al primo posto delle classifiche e inaugura la nuova etichetta del gruppo (Rolling Stones Records) per la quale esce anche “Brian Jones Presents The Pipers Of Pan At Joujouka” (1971), un album di musica etnica registrato dall'ex-compagno poco prima della scomparsa, durante un viaggio in Marocco. Il suono del gruppo perde ogni accento esotico e si inasprisce sempre più. Nel 1972 esce Exile On Main Street, un ambizioso album doppio dal quale scaturiscono due singoli (“Tumbling Dice” e “Happy”). I due dischi successivi, Goat's Head Up (1973) e It's Only Rock And Roll (1974), presentano un sound più levigato e di maniera (come ammettono, “è solo rock’n’roll, ma ci piace”), capace però di sussulti degni dei loro anni d’oro, tra cui la dolente cavalcata elettrica di “Time Waits For No One” e la tenera “Angie”, che diventerà il loro “lento” per antonomasia. Nel dicembre 1974, Mick Taylor abbandona il gruppo e nell'American Tour del 1975 viene rimpiazzato dal chitarrista Ron Wood (1947, Hillingdon, Gran Bretagna), già al fianco di Rod Stewart nel Jeff Beck Group e nei Faces. Il nuovo album Black And Blue (1976) scala le chart grazie al delicato singolo “Fool To Cry”, ma non aggiunge molto al loro repertorio. In questo periodo la dipendenza dalle droghe di Keith Richards (arrestato in Canada per possesso di eroina) ostacola l'attività della band. Nonostante ciò, Some Girls (197 mostra un gruppo in buona salute e incassa un discreto successo commerciale, con un pugno di canzoni blueseggianti (“Just My Imagination”, “Beast Of Burden”, “Some Girls”) e un singolo d'effetto come “Miss You”. Il nuovo momento di grazia commerciale è ribadito da Emotional Rescue (1980), criticato per alcune aperture verso sonorità dance. Il falsetto della title track porta l'album in vetta alle classifiche. Il successo prosegue con Tattoo You (1981), che vede ospiti Sonny Rollins e Pete Townshend (The Who). La provocante “Start Me Up” è il nuovo inno di Jagger e soci, “Waiting On A Friend” la spensierata ballata. Segue un tour mondiale che si protrae fino al 1982 e dal quale vengono tratti un album dal vivo (Still Life, giugno 1982) e un film-concerto ("Let's Spend The Night Together", diretto da Hal Ashby). Jagger, di nuovo al centro delle cronache rosa per il matrimonio con la modella Jerry Hall, perpetua il ruolo dell'animale da palcoscenico con i suoi atteggiamenti plateali ma sempre più caricaturali. Undercover (1983) è il segno più evidente del declino della band, ormai a corto di idee e pronta ad adeguarsi alle nuove mode musicali (come con l’opaco funk di “Undercover Of The Night”). La crisi fa trasparire anche i primi dissidi tra Richards e Jagger. Quest’ultimo debutta come solista con “She's The Boss” (1985), prodotto da Bill Laswell e Nile Rodgers, virando verso un pop-rock decisamente commerciale, come dimostrano anche i duetti con David Bowie (“Dancing In The Street”) e Tina Turner per la kermesse di "Live Aid" (luglio 1985). Significativo che nello stesso concerto Wood e Richards scelgano di accompagnare, con le chitarre acustiche, Bob Dylan. Incuranti della crisi e uniti da un destino che li vuole immortali, i Rolling Stones vanno avanti con Dirty Work (1986), prodotto da Steve Lillywhite e dedicato all'amico Ian Stewart, da poco scomparso. Un album trascurabile, se si eccettua la conturbante “Harlem Shuffle”. Nei tre anni successivi si accentua il solco tra i quattro membri della band: Watts suona jazz con la Charlie Watts Orchestra, Wood accompagna in tour Bo Diddley, Richards collabora con Aretha Franklin ("Jumpin' Jack Flash") e all'allestimento di un film-concerto in onore di Chuck Berry ("Hail! Hail! Rock'n'Roll", 1987). Quando Jagger pubblica il suo secondo, deludente album "Primitive Cool" (1987), anche Keith Richards, nel frattempo disintossicato e rinsavito, incide il suo primo album da solista: “Talk Is Cheap” (198 . Ma la longevità degli Stones è a prova di bomba. Esce così Steel Wheels (1989), con il singolo “Rock And A Hard Place” e poco altro. Segue un tour e l'album dal vivo Flashpoint (1991) con un paio d'inediti in studio: “Highwire” e “Sex Drive”. Subito dopo il tour, Bill Wyman lascia la band, mentre Richards pubblica “Main Offender” (1992) e Jagger “Wandering Spirit” (1993). Voodoo Lounge (1994) vede il bassista Daryl Jones (già con Miles Davis e Sting) al posto di Wyman. Un anno dopo esce Stripped, un album registrato in parte dal vivo e in parte durante le pause dell’ultimo tour. Un disco ancora una volta mediocre, salvo la riuscita cover della dylaniana “Like A Rolling Stone”, che in questa versione assume un nuovo, ironico significato. Neanche Bridges to Babylon (1997) invertirà il declino della rock band più duratura di sempre. Se la longevità forzata degli ultimi vent’anni ne ha fatto delle stagionate caricature di rockstar, la selvaggia creatività dei loro anni d’oro ha rappresentato una svolta decisiva nella storia del rock. Come scrive Scaruffi, infatti, “i Rolling Stones inventarono l'asse fondamentale del rock’n’roll: il cantante sexy, oggetto sessuale e sciamano, e il chitarrista con il carisma”. E il loro sound è rimasto un modello universale, al punto che “dai Led Zeppelin ai Nirvana sono tutti, direttamente o indirettamente, figli loro”. Non resta dunque che concludere, con Scaruffi, che dopo gli Stones “non solo la musica rock ma la civiltà occidentale stessa non sarebbe mai più stata la stessa”.
[ Questo Messaggio è stato Modificato da: stecca il 05-03-2008 10:33 ]
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4) Simon & Garfunkel (1964 - 1971)
Si torna negli USA e di nuovo alla gloriosa Columbia-CBS etichetta discografica del già affrontato Bob Dylan (vd. n. 2) e che, dopo il menestrello immortale, azzecca il secondo colpo della vita ingaggiando questo strano e timido duo che durerà assai poco ma che per quel poco venderà come forse nessuno prima e...dopo.
L’inserimento di costoro nel rock può destare qualche giusto stupore ai più ma mi pareva una lacuna omettere, dopo i tre colossi di partenza, questa rilevante ed ulteriore realtà dei tanto fertili primi anni sessanta ancora solo sesso e rockandroll in attesa del....ciclone stupefacente che contrassegnerà pesantemente il ‘68 e dintorni e di cui ci occuperemo alla prossima scheda e tutta la prima metà degli anni settanta con il boom della cd. musica psichedelica.
Uno dei più strepitosi successi commerciali di tutti i tempi anche in considerazione della breve durata del sodalizio formatosi nel 1964 e di fatto conclusosi nel 1970, eccettuata le “nostalgica” quanto estemporanea riunione in occasione del celebre concerto a Central park del 1982. Primo grande esempio di country-rock (in seguito sarebbero venuti Eagles, America, J.Taylor, J.Browne, Cat Stevens, Neil Young etc.), ovvero della divulgazione commerciale di ballate orecchiabili, con semplice accompagnamento di chitarra, di chiaro sapore west-coast con qualche cedimento rispetto al “purismo” folk dei maestri Guthrie, Dylan, Mitchell etc. Le tappe della leggenda sono sostanzialmente 3: il secondo album “Sounds of Silence” (66), la colonna sonora de Il Laureato (67) ed il vendutissimo Bridge Over Trouble Water (70). La storia del duo timido con la faccia per bene si conclude con la pubblicazione dell’imperdibile Greatest Hits (72) che contiene tutte le più azzeccate hits quali Mrs.Robinson, Homeword bound, America, Sound of silence, Bridge over trouble water, The Boxer etc. dopodichè entrambi tenteranno con minore fortuna la carriera solista, non senza una importante esperienza cinematografica a testa. Paul Simon infatti recita in “Io & Annie” di Woody Allen e Art Garfunkel sarà addirittura il contraltare protagonista di J.Nikolson nel bellissimo “Conoscenza carnale”. Più fertile il percorso solista di Paul Simon (ex-voce di quasi tutti i brani del duo) che ha prodotto altre canzoni indimenticabili quali Slip Slidin away, Kodachrome, Me & Julio down by the schoolyard (recentemente utilizzata nel film “I Tannenbaum”) fino allo storico ed inaspettato album “Graceland” da molti ritenuto, e non a torto, uno dei più importanti album in assoluto degli interi anni ‘80.
forse , mentre Garfunkel si è via via defilato in album troppo easy listening, unicamente sostenuti dalla sua inconfondibile e magica voce (per tutti è quella di Bridge over trouble water, probabilmente la più intensa di tutta la loro produzione). Nel 1982, si diceva, rinverdiranno per una sola occasione davanti a 300.000 persone i fasti di un tempo, regalando un mitico concerto gratuito alla città natale di Garfunkel con la inedita e da lui cantata “A Heart in NY” forse la più bella canzone dedicata alla grande mela. Inquantificabili le numerose cover dei loro successi da parte di altri artisti (esiste una versione di Joan Baez di I’m a boxer da brivido !) tutt’oggi inesauribile repertorio di tutti i vari menestrelli da strada degli anni passati e a venire. Non può dimenticarsi infine la loro insuperata versione country della celebre melodia sudamericana “El Condor pasa” che ha fatto conoscere al mondo questa importante musica andina in un’epoca in cui le varie contaminazioni etniche erano ancora al di là da venire. Chi volesse farsi una idea della importanza di questo duo non ha che da acquistare il CD del 1982 che registra il concerto newyorkese dal titolo “The concert in Central park”, canto del cigno di due musicisti che hanno contribuito a formare la storia del rock dei mitici anni ’70 alle cui note è cresciuta una intera generazione inseguendo il sogno americano (quello di Woodstock per intenderci).
5) The Pink Floyd (1967 - 1980):
Si torna in Inghilterra e parliamo di quello che è stato forse il più rivoluzionario e geniale gruppo musicale della storia, leggenda pura. Tra le tante “rarità” di questa band si segnala anche il fatto che si tratta di uno dei pochissimi casi di riuscita nel rock di ragazzi “bene”, nel senso che, contrariamente alla stragrande maggioranza delle leggende del rock fattesi strada tra stenti e volontà, i ragazzi in oggetto erano tutti socialmente di buona famiglia british (l’unico altro esempio che mi sovviene sono i più recenti new yorkers Strokes), ma ora parliamo di cose serie e di musica...
Leggendaria band inglese assolutamente rivoluzionaria nei suoni e nei contenuti, tornata qualche anno fa alla ribalta di tutte le hit parade mondiali con la pubblicazione del doppio CD antologico Echoes (che racchiude tutti i principali successi del periodo d’oro del gruppo che và dal 1967 al 1979, anno dell’ultimo grande album doppio The Wall) in occasione della recente ed “unica” storica riunione per l’ultimo Live Aid di Wembley ha, come prevedibile, surclassato tutti quelli che si sono esibiti prima e...dopo di loro, orbis terrarumque, come dicevano i latini.
Inventori del rock psichedelico sotto l’egida del geniale fondatore Syd Barret, il trio storico di partenza (Waters, Wright e Mason) sconvolge il mercato musicale nel 1967 debuttando (avevano 20 anni) con The Piper At the Gates of dawn. Già l’anno successivo Barret dichiara forfait causa assunzione smodata di allucinogeni, anche se risulta ancora il suo nome nel secondo Lp A scarcerful of secrets, meno deflagrante di quello d’esordio.
La magica voce e chitarra di Dave Gilmoure rimpiazza (se così si può dire data la caratura del…sostituto !) Barret, e nel 1969 esce il loro disco forse più sconvolgente, ovvero Ummagumma un doppio LP con una intera facciata di suoni sperimentali e di chiara matrice LSD (nessun disco avrebbe in futuro così sfacciatamente proclamato il binomio arte/droga). Nei seguenti 1970 e 1971 vengono pubblicati i due dischi musicalmente più evoluti della ormai leggendaria band, ovvero Atom heart mother (celebre la copertina con la mucca pensosa di Hipgnoisis) e Meddle che contiene appunto la lunga composizione allucinata “Echoes” che occupa una intera facciata, la critica ormai parla di pop metafisico. Il grande successo commerciale arride tuttavia nel 1973 con il disco tra i più venduti in assoluto della storia del rock, ovvero il celeberrimo The dark side of the moon (copertina nera con la piramide a colori) che contiene alcuni capolavori assoluti quali “Us and them”, “Money”, “Time” etc. Nel 1975, quale tributo all’amico Syd Barret, i Pink Floyd pubblicano Wish you were here che contiene la lunghissima e straordinaria “Shine on your crazy diamonds” e soprattutto quella che, insieme a Stairway to heaven del Led Zeppelin, è ritenuta da molti la più bella canzone rock del secolo, ossia la title-track che ancora oggi mette i brividi (esiste un video di un concerto del 1984 dove un vecchio Gilmoure la accenna, immediatamente creando una magia irripetibile già ai primi irresistibili accordi). Nel 1977 con lo stravenduto Cd The Animals, title-track a parte, la grande “vena” del gruppo sembra iniziare a scemare, ed i 4 membri iniziano avventure soliste che non aggiungono tuttavia, come spesso accade, neppure un’oncia alla grandezza di quello che è stato probabilmente il più grande complesso rock degli anni ’70. Il resto è storia nota, il concerto a Venezia in san Marco, i tours ricchissimi e spettacolari, The final cut, il film celebrazione The Wall che di fatto conclude, nel 1979 e dopo 12 anni, una delle più straordinarie ed irripetibili esperienze musicali in assoluto della storia. Chi alle volte se li fosse persi, ma escludo possa esistere qualcuno che si dichiara amante di musica senza avere ascoltato i Pink Floyd…, può acquistare appunto il Cd antologico Echoes a farsi così una idea di quello che ha significato per legioni di ragazzi (ma non solo) questo quartetto inglese negli anni d’oro della musica rock oppure vedere l’incredibile video del celebre concerto tra le rovine di Pompei del 1970.
Infine qualche aneddoto sulla storica band inglese tratto dalla bella biografia di Schaffner "PINK FLOYD: lo scrigno dei segreti"
1) il nome della band era originariamente THE PINK FLOYD, l'articolo fu tolto dopo la sostituzione del fondatore Syd Barret (come noto “cioccato di melone” dopo il primo album) con il suo amico Dave Gilmoure (la voce di wish you were here per intenderci) e divennero PINK FLOYD.
Il nome fu invenzione di Barret e derivava da due nomi della sua collezione di dischi:
a) i bluesman della Georgia Pink Anderson e b) Floyd "Dipper boy" Council !!!!
2) L'unico gruppo rock che Waters e compagni frequentavano erano gli WHO e trovavano incredibilmente divertente anche il defunto Keith Moon, nonostante la fama di distruttore di camere di albergo, perchè, diceva Waters "E' un distruttore estremamente sofisticato ed ha portato quella attività a livello delle belle arti". Invece il loro cantante Daltrey (vd. Tommy) si giocò ogni rapporto quando nel corso del primo incontro commise il passo falso di confondere Rick Wright con Eric Clapton.....
3) L'unico dei 4 che riuscì a leggere l'intero primo volume delle Ricerche proustiane fu Waters, Gilmoure lo mollò dopo 18 pagine dicendo che era..... "lento".
4) A quelli che per un certo periodo sostenevano che la loro unica bravura fosse quella di avere per primi utilizzato certi strumenti psichedelici tipo sintonizzatori ed altre diavolerie del genere nei loro mitici concerti, Waters disse "prova a dare la chitarra di Jimy Hendricks a uno di noi, non diventiamo per questo Jimy Hendricks e così se dai a qualcuno i nostri strumenti quello non diventa i...Pink Floyd !"
5) Il Celebre (e più bello) LP The Dark side of the Moon è stato in assoluto il quarto disco più venduto nella storia americana e inglese dopo: Thriller di M.Jackson, Saturday Night Fever di Bee Gees e artisti vari e Rumors dei Fleetwood Mac.
contributo dell'esperto Fabrizio:
Sui Pink Floyd, il captain ultra advanced ha detto quasi tutto (unico mini-difetto: non mi cita mai The final cut - anche se effettivamente non tutti e 4 i P.F. vi hanno suonato-).
Pertanto, aggiungerei solo qualche nota di colore...
Per chi li ama: ascoltare il secondo disco "Ummagumma" e pensare che a volte esagerano
Per chi li odia: ascoltare "Interstellar overdrive"e "Julia Dream" per capire quanto possano essere diversi
Per chi ama lo sport: ascoltare "one of these days" e accorgersi che è usato come sigla di "Dribbling" (RAI2) e ascoltare i cori per il Liverpool di "Fearless"
Per chi ama il cinema: guardare Zabriskie Point di Antonioni e sapere che la colonna sonora l'hanno suonata i quattro
Per chi li imita: ascoltare "Echoes" e rendersi conto che dopo quella canzone hanno provato loro stessi a imitarsi molte volte con alterni risultati
Per chi ama gli animali: ascoltare "Seamus" e sentire come si fa un blues con un cane
Per chi odia gli uomini: ascoltare l'album "Animals"
Per chi ama le poesie antiche sapere che "Set the controls for the heart of the sun" è tratto da un antica lirica cinese
Per chi ama i misteri: cercare di capire cosa dicono le voci in "The Dark side of the moon"
Per chi ama la storia della band ascoltare "Have a cigar" e chiedersi chi è Pink ("...oh by the way which one is Pink?")
Per chi li ascolta facendosi la barba ricordarsi di Bob Geldof nell'inizio del film "The Wall"
Per chi li ascolta facendosi altre cose ricordarsi che senza l'LSD i Pink Floyd forse non sarebbero mai esistiti (vedi "The piper at the Gates of Dawn" e "Saucerful of secrets")
Per chi ama i brani lunghi e complicati ascoltare "Atom heart mother"
Per chi ama i brani corti ascoltare "Pigs on the wing"
Per chi ama i brani d'amore ascoltare "Wish you were here" e scoprire che, nonostante sia stato scritto per un uomo da uomini, fa sempre la sua bella scena.
Per chi ama le stranezze sapere che "A saucerful of secrets" significa "Una sottotazzinata di segreti"
Per chi odia le stranezze ascoltare "Against the odds" nel disco solista di Richard Wright "Wet dream"
Per chi ama i confronti ascoltare "Is there anybody out there" dei PF e "In the Flesh" di Roger Waters
Per chi ama gli eroi sconfitti ascoltare "Shine on you crazy diamond 1-12" e chiedersi che fine ha fatto Syd Barrrett
Per chi ama gli eroi vincenti ascoltare "The Wall" e vedere come va a finire
Per chi ama i remake ascoltare Pulse e pensare che per quell'abum live sono andati a ripescare il sassofonista di "Wish you Were Here" e "The Dark Side of the moon" (Dick Parry) che vent'anni dopo ferrava i cavalli nella campagna inglese
Per chi ama la storia ascoltare "The final cut"
Per chi ama la geografia ascoltare un brano qualsiasi e scoprire che si viaggia da dio (es. "The great gig in the sky"...).
Per chi ama gli orologi ascoltare l'inizio di "Time"
Per chi odia gli orologi ascoltare il battito del cuore in "The Dark Side of the moon" e scoprire che può essere un altro modo per andare a tempo (o fuori tempo...)
Per chi ama le leggende scoprire tutte le ipotesi su Syd Barrett e i suoi legami con l'album "Wish you were here"
Per chi non ama le leggende pensare che se "See Emily play" non andava al primo posto in Inghilterra (unico hit-single insieme ad "Another brick in the wall part 2") forse dei Pink Floyd avremmo sentito parlare molto meno.
Per chi continua nonostante tutto: ascoltare gli ultimi due album ("A momentary lapse of reason" e "The Division Bell") e pensare che tutto sommato si può ripetersi con dignità.
Per chi ha i sensi di colpa pensare che gli album solisti di Syd Barrett sono tutti stati prodotti da David Gilmour che ne aveva preso il posto.
Per chi non ha sensi di colpa leggere il booklet di "The wall" scritto a mano da Roger Waters
Per chi ama gli assoli di chitarra pensare che non si può prescindere dal finale di "Another Brick in the wall part 2"
Per chi non ama gli assoli ascoltare gli album solisti (David Gilmour, About face (D.Gilmour), Fictituos Sports, Identity (Nick Mason), Wet Dream, Broken China (Richard Wright), Radio KAOS, The pros and the cons of hitchhiking, Amused to death, When the wind blows OST, The wall live in Berlin, (Roger Waters) e infine il materiale di Syd Barrett - molto, molto sparso) per capire che separati rendono sempre un po' meno
Per chi ama le collaborazioni ascoltare Sinéad O'Connor in Breakthruogh in "Broken China" o Eric Clapton in "The Pros and the Cons of Hitchhiking"
Per chi non ama le collaborazioni ascoltare Golden Hair di Syd Barrett solo voce e chitarra (anche se il testo è di un tale James Joyce).
6) Il trio dei "maledetti": Janis Joplin, Jim Morrison e Jimi Hendrix:
Si torna in USA e lasciati in Inghilterra i geniali Pink Floyd e la loro rivoluzione psichedelica. Nella Amerika del sogno e della rivolta sessantottina, culminata in quel concerto di Woodstock che ha fatto da imperitura leggenda, la storia del trapasso alla nuova decade ‘70 la fanno 3 artisti maledetti così diversi eppure così riuniti nel loro sconvolgente sacrificio racchiuso, pensate un po’, in poco più di un anno, che ce li consegnerà per sempre al destino di icona da poster da cameretta di ogni adolescente negli anni del giovanile disagio, magari insieme a james Dean e al Che, al punto che si dovrà attendere l’angelo biondo dei Nirvana per trovare molti anni dopo un nuovo riferimento idolatrico di “nobile resa”.
Un nefasto destino, si diceva, ha accomunato questi 3 grandi artisti, assai diversi per temperamento e stile musicale (anche se la matrice rock-blues si percepisce in tutti e tre), che incontrarono una morte precoce e a breve distanza, nel 1970 la prima e nel 1971 gli altri due, nel pieno di una carriera stellare. Del famoso e fondamentale Festival di Woodstock si è detto e filmato di tutto e di più, ma credo che per la gran parte dei milioni di spettatori di questo film che ancora oggi gira il mondo, siano stati tre i momenti davvero musicalmente epici di quello storico evento, il primo è certamente la celeberrima cover “drogata” della beatlesiana “With a little help from my friends” dello scovolgente Joe Cocker (altro che 9 settimane e mezzo...), ma gli altri due altrettanto certamente furono proprio le due interminabili performances di Janis Joplin e Jimi Hendrix la cui finale ed un tantino iconclasta rielaborazione dell’inno americano con tanto di disrtuzione di chitarra, costitusice emblema non solo di un megaconcerto storico ma direi anche di un certo modo di pensare di una intera generazione che ha fatto un pezzettino neppure irrilevante della storia culturale e non solo del dopoguerra.
Janis Joplin: la più grande cantante bianca di ritmy and blues (chiunque ha potuto ammirare le sue performaces live ai concerti di Woodstock o Monterey, sa cosa intendo) ha fatto in tempo a lasciare solo 3 LP ma tutti di livello storico, e le sue interpretazioni stravolte e allucinate di “Pice of my heart”, “Summertime”, “Cry babe” e “Me & Bobby Mc Gee” rimangono immortali e consiglio a tutti il The best della CBS. Quello che sconvolgeva in questa tutto sommato bruttarella ragazzina era la incredibile capacità di allucinare intensivamente ogni singola nota o singulto quasi ci volesse mettere dentro tutta la sua breve vita, caratteristica interpretativa che personalmente ho ravvisato solo in altre due immense cantanti divenute celebri in repertori alquanto diversi dal suo, e parlo di Maria Callas e di Edith Piaf.
Jim Morrison: il leggendario leader dei Doors (sulla sua vita come su quella di Janis Joplin sono stati girati due film interpretati rispettivamente da Van Kilmer e Bette Midler) ma potremmo direttamente dire...i Doors, giacchè era qualcosa di più del leader egli era il gruppo, è stato probabilmente il più grande animale da palcoscenico della storia del rock, e non a caso i dischi in studio della band non rendono quanto i celebri bootlegs dei loro fantasmagorici concerti. I Doors (finiti con la morte di Morrison) avevano creato fra i primi quella miscela rock-blues che in seguito caratterizzerà i più importanti supergruppi americani degli anni ’70, e l’album doppio Absolutely Live con la celeberrima ed interminabile (ad onta del titolo...) The End del 1970, usata da Coppola in Apocalypse now, è considerato giustamente uno dei dischi live più importanti della storia del rock, anche se forse il loro LP più bello rimane quello strepitoso di esordio del 1967 dal semplice titolo The Doors.
Jimi Hendrix: il chitarrista nero, nato a Seattle ma musicalmente cresciuto a Londra, ha saputo, nonostante una carriera di soli 4 anni (!!!), rivoluzionare in un colpo solo la storia del rock dato che dopo l’uscita del suo primo lavoro nel 1967 “Are you experienced ?” nessuno potrà più suonare la chitarra come si faceva prima. Basta ascoltare “Foxy Lady” o “Red House” per rendersi conto della incredibile portata rivoluzionaria di quel suono. Si trattò di un tale fenomeno che risultano innumerevoli i dischi pubblicati in solo 4 anni e tutti superbi (il migliore tuttavia rimane a mio parere Axis Bold as Love), anche se certe volte il suo virtuosismo irraggiungibile lo portava a rischiare un certo eccesso di autompiaciuto manierismo. Un mese prima della sua misteriosa morte parigina, Hendrix tenne al mitico festival dell’isola di Wight una delle sue più straordinarie esibizioni, fortunatamente conservata dall’omonimo album del 1971, che costituisce un po’ il testamento di questo irripetibile artista.
E’ bene ricordare in conclusione che, aldilà del mito, tutti e tre i succitati “Giganti” sono da annoverarsi tra le più importanti realtà musicali del secolo, e non è un caso se con tante imitazioni nel mondo rock di quegli anni e di quelli successivi, non si sia mai trovato né il nuovo Morrison né il nuovo Hendrix, né tantomeno la nuova Janis Joplin che, e lo dico senza problemi, ritengo essere stata probabilmente la più spettacolare voce della musica leggera (se tale può essere definita rispetto alla classica).
Tre grandissimi insomma, durati davvero troppo poco anche se certamente....immortali !!!
7) I Genesis (1969 - 1990):
Lasciato oltre oceano il trio “maledetto” USA , torniamo in Inghilterra dove, musicalmente parlando, continuano a succedere molte cose....in questo gli inglesi si confermano infinitamente più “innovativi” dei cugini a stelle e strisce. Mentre infatti alcuni gruppi leggendari proseguono sul versante più hard lungo il percorso tracciato dai “rotolanti” Stones (vd. n. 3), e parlo dei fenomenali Led Zeppelin, Deep Purple et similia, ed altri ancora restano più legati agli influssi maggiormente melodici dei Beatles (vd. n. 1) che condurranno, tanto per fare un esempio noto, ai Queen del mitico Fredy Mercury, dopo i già affrontati geniali Pink Floyd (vd. n. 5) dagli influssi psichedelici, altre importanti novità britanniche si affacciano sul fiorente mercato dei primi anni ‘70.
Ma se l’irripetibile e trasgressivo David Bowie, seppure inglese al cento per cento, troverà qualche “ponte” con i cuginastri new-yorkesi più “creativi” travolti dal fenomeno “metropolitano” di Lou Reed e dei Velvet sotto l’egida di Warhol and company, un nuovo gruppo tutto british capitanato dall’ennesimo genio di turno (Petre Gabriel) si inventa un nuovo suono ed un nuovo modo di concepire il rock, non disdegnando suggestive miscele classicheggianti. Siamo di fronte quindi ad una band leggendaria, probabilmente se possibile, e dovendo scegliere tra i vari grandi che vi sto proponendo, ancora oggi la mia preferita, per lo meno per quanto riguarda i primi anni.
A cavallo dei due decenni “clou” della musica rock, due album di un emergente gruppo inglese, e per l’esattezza “From Genesis to rivelation” (69) e “Trespass” (70) produssero un certo stupore non solo per le artistiche copertine ma anche e soprattutto per un innovativo mix di flauti, tastiere classicheggianti con organo e arpeggi chitarristici. Il boom dei Genesis avvenne tuttavia nel 1971 allorchè Peter Gabriel, Phil Collins e soci pubblicarono il mitico “Nursery Cryme” ancora oggi ritenuto uno dei 10 album più significativi della storia del rock (con celebre copertina gialla disegnata da Peter Whitehead) e basti su tutte ricordare la incredibile “The Musical Box” di cui pure esiste un video sensazionale con Peter Gabriel travestito. L’anno dopo (1972) altra pietra miliare “Foxtrot” con la saga biblica “Supper’s ready” e nel 1973 “Selling England by the pound” con “Firth of fifth” e la prima grande canzone pop “I Know what I like” con contestuale gran successo commerciale ribadito nel 1974 con il doppio “The Lamb lies down on Broadway” che segna l’ultimo atto di Peter Gabriel, il geniale fondatore del gruppo, sorta di omologo di barret per i Pink Floyd. Il gruppo è al suo zenit assoluto e il leader incontrastato cede lo scettro al suo vice ovvero il batterista Phil Collins. Chi temeva un calo della vena dei Genesis è presto rassicurato dal notevole “Trick of the tail” che esce nel 1976 e dal successivo seppur meno ispirato “Wind and Wuthering”, mentre con il doppio live celebrativo “Seconds Out” (gran successo di vendite) si conclude sostanzialmente nel 1977 un’epoca storica. Rimasti in 3 elementi nel 1978 esce appunto “And then there were three” con la melodica “Follow you, follow me” e nel 1980 il più commerciale “Duke” con un cedimento quasi Disco nella celebre “Turn it on again” che addirittura si gettona nei juke-box. Negli anni ’80 il periodo aureo dei Genesis volge tuttavia al termine e come prima Gabriel, anche Collins otterrà i migliori risultati nella carriera solistica, anche se non può essere dimenticato “Invisible touch” che nel 1986 sembrò a tratti recuperare in certi brani (Tonight tonight) gli antichi splendori di un gruppo che per almeno 10 anni ha regnato assoluto su intere generazioni e che ancora oggi, insieme a pochi altri, è giustamente ritenuto leggenda. In assoluto sia Gabriel che Collins si pongono infatti tra le maggiori voci rock-pop della storia. Personalmente ritengo che, cantata dalla incredibile voce di Peter Gabriel, Carpet Crawlers sia forse in assoluto insieme a Stairway to heaven dei Led Zeppelin e Wish you were here dei Pink Floyd (e prima di One...) la più bella canzone lenta della storia del rock. A chi si è perso i loro album capolavoro della storica etichetta Charisma consiglio il recente CD Virgin che raccoglie tutti i brani più belli del gruppo inglese, dal titolo “Turn it on again…the hits”.
[ Questo Messaggio è stato Modificato da: stecca il 05-03-2008 10:41 ]
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Quasi 10 anni fa (8 aprile) moriva Kurt Cobain leader dei NIRVANA (quelli di Nevermind) !!!
Bastano pochi albums talvolta per creare una leggenda, anche uno, se quell’uno segna la "storia" della musica e crea, come è il caso di "Nevermind", un nuovo stile di rock più noto come il grunge di Seattle (vd. Pearl Jam e altri...). Si tratta oltretutto della copertina di LP probabilmente più “celebrata” insieme a quella di Revolver dei Beatles alla Warhol-banana dei Velvet ed alla mucca dei Pink versione madre atomica....ma non conta.
Kurt Cobain, idolo ante-litteram dei moderni no-global, aveva tutte le caratteristiche dell'eroe bello, buono e puro, ed il suo mai del tutto chiarito "suicidio" ha fatto il resto, ma resta il fatto che i Nirvana sono stati uno dei pochi grandi ed autentici fenomeni musicali degli anni '90, e non è un caso che di loro si sia occupata, tra le altre anche la nota Fernanda Pivano, con un pregevole saggio qualche annetto fa, e che quasi quotidianamente non passi giorno senza nel mondo che venga attivato un nuovo blog che celebri in qualche modo l’imperituro ricordo dell’angelo biondo, trovato morto quel giorno neppure troppo lontano dell’8 aprile del 1994....
Il tutto si gioca e si chiude in poco più di 5 anni, dai mitici primi concerti del Cobain chitarrista alla GESCCO Hall di Olympia insieme al bassista Buzz Osborne ed al batterista dei Melvins Dale Crover, alla conoscenza datata 1987 con un bassista di origini croato-americane di nome Krist Novolesic col quale formerà un gruppo che poi si chiamerà appunto Nirvana. ed il cui primo concerto avviene, pare, ad una festa privata ove, si dice, non vennero molto apprezzati, perchè “non suonano cover ma solo pezzi scritti da Kurt”.
Agli inizi dell’anno successivo sui Nirvana fiuta bene il mitico produttore di gruppi grunge Jack Endino che fa loro registrare prima una demo con 10 canzoni di Kurt, e quindi alcuni brani per il loro primo album che uscirà nel giugno 1989 titolato "Bleach".
Nel 1991 viene registrato l'album "Nevermind" e sarà l’apoteosi, il disco esce in settembre sul mercato USA e dopo neanche un mese diventa "Disco d'oro", e mentre i Nirvana partono per un tour europeo in USA Mtv bombarda con il video di "Smells Like Teen Spirit", ed in breve il disco d’oro diventa... di “platino" e, pensate pensate, nel dicembre dello stesso anno i Nirvana partono per una breve tourneè con i Pearl Jam e i RHCP (!!!).
Nel dicembre 1992 viene pubblicato il terzo album intitolato "Incesticide", sorta di raccolta di brani minori, ma è nel febbraio 1993 che i Nirvana registrano "In Utero" che esce verso la fine del 1993. Dopo il classico tour americano dovrebbe seguire l’altrettanto classico tour europeo, ma la favola dell’angelo biondo ew dei NIrvana si chiude bruscamente allorchè nel marzo del 1994 Kurt Cobain viene trovato in stato comatoso ad una fermata della metropolitana di Roma e viene portato d'urgenza in ospedale.....un mese dopo Kurt Cobain viene trovato morto l'8 aprile 1994. Qualche annetto dpo la controversa vedova Cobain (messa maluccio già di suo) stupirà il mondo con una straordinaria prestazione attoriale di moglie tossica del magnate porno nel bellissimo Larry Flint di Milos Forman....
Chi non li avesse mai sentiti consiglio, oltre ovviamente al citato Nevermind, una interessante raccolta pubblicata qualche annetto fa che contiene alcuni loro capolavori da all apologies a Rape me, da Lithium a about a girl da Sliver a Comes you are ....
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stecca


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Ed ora una bella fotogallery "riassuntiva" tratta da Virgilio Musica:
Bob Dylan
The Beatles
The Who
The Beach boys
Velvet Underground & Lou Reed
Rolling Stones
Jimi Hendrix
Led Zeppelin
The Doors
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David Bowie
Pink Floyd
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The Ramones
Sex Pistols
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The Clash
Bruce Springsteen
The Smiths
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Gun's Roses
U2
Pearl Jam
Frank Zappa
Kurt Cobain (Nirvana)
Radiohead
Coldplay
The Strookes
N.E.R.D.S
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stecca


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Lou Reed è semplicemente uno dei più grandi del 900 !!!
Fondatore dei mitici Velvet Undergorund ove spiccava la intensa vocalità "marciona" (in quanto strafatta e allucinata) della mitica e bellissima cantante Nico (ahimè defunta), apparteneva a quel fortunato gruppo avanguard fine anni 60 newyorkese ruotante intorno a Andy Warhol che ne fu il mentore, l'attore cult Joe Dalessandro e altri celebri artisti oggi strapagati nelle zona di Chelsea.
Fu letteralmente salvato da David Bowie sull'orlo del baratro da eroina et similia e potè quindi riprendere una fortunata carriera da solista, anche se oggi fa trisetzza vederlo vecchio e bolso duettare con Pavarotti a Modena (sic !!).
Oltre alla celebre take a walk on the wilde side (canzone cult del secolo) tante perle restano per apprezzare tale fenomeno così avulso dal restante panorama muiscale a stelle e a strisce, al punto che c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Dovessi proprio scegliere ti direi:
1) Velvet Underground & Nico (quello dalla ceelbre copertina con la banana di warhol)
2) Transformer
3) Rock & roll animal
4) Berlin
5) Un doppio live fine anni '70 con copertina azzurrata e un muro con scritte
6) NYMacy tipo (vd. Nuovi CD) raccolta doppia con inediti uscita l'anno scorso.
P.S: Nel 1980 fu il primo grande artista straniero a ritornare a suonare in Italia (esclusa dai circuiti causa disordini degli autonomi al concerto Santana di qualche anno prima) col mitico concerto alla Arena 1 mese prima di quello di Bob Marley.
Amen
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Dartagnan


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R.E.M:
R.E.M. cioè Michael Stipe, Peter Buck, Mike Mills.
Andiamoci ad occupare un po’ dei rapid eyes movement. Agli inizi c'erano Michael Stipe, cantante e compositore, e Peter Buck, chitarrista, che vivevano e provavano musica in una vecchia chiesa abbandonata di Athens, Georgia, il loro luogo di origine. Poco dopo ai due si aggiunsero Mike Mills e Bill Berry, bassista e batterista entrambi studenti all'Università della Georgia. Per due anni circa il giovane complesso si è limitato all'underground più profondo della scena rock, con poche esibizioni e nessuna chance discografica, elaborando pero' un originalissimo suono: musica psichedelica di sapore anni '60 combinata con le distorsioni e gli slanci "acidi" di certo "garage rock" purissimo. Chi si imbattè in loro in quel periodo parlò di "Rinascimento Byrds", ma, con il permesso dei R.E.M. stessi, l'elenco dei musicisti che li ha influenzati si puo' estendere ai Velvet Underground, ai Doors, dai Jefferson Airplane ai Lovin' Spoonful.
Finalmente, nel 1982, con CHRONIC TOWN l'esordio discografico: un LP per un'etichetta indipendente, quattro pezzi ristampati poi dalla IRS, la casa di Miles Copeland che li mise per prima sotto contratto. A quel debutto fortunato seguì un album vero e proprio, MURMUR, che la rivista Rolling Stone segnalò fin da subito (1983) come "disco dell'anno". Fu l'inizio di una rapida scalata al potere rock, con tappe annuali: RECKONING (1984), FABLES ON RECONSTRUCTION (1985), LIFE's RICH PAGEANT (1986), con l'aggiunta di una compilation di pezzi noti e rarità, DEAD LETTER OFFICE. E arriviamo al 1987: E' il salto definitivo verso la celebrità: con DOCUMENT i R.E.M. si insediano sulla vetta della musica rock americana e sfondano il milione di copie vendute. E' un momento entusiasmante che, contro ogni previsione, i quattro decidono di gestire con calma: un anno di pausa, senza concerti, dischi e apparizioni, mentre i manager del complesso definiscono gli accordi per un importante nuovo contratto discografico: dalla IRS alla Warner Bros., con un contratto miliardario.
Nella primavera del 1988 iniziano le prove in studio e con l'autunno ecco GREEN, settimo album della loro discografia e primo da "padroni del rock". Il timore dei fans era naturalmente che, a contatto con una "major" discografica, la band perdesse la propria identità e si commercializzasse; ma anche se le vendite non sono viste affatto come il demonio ("perche' non dovremmo vendere dischi?"), si puo' dire che il disco riesce a far quadrare il cerchio, a riuscire accattivante e abbordabile senza perdere contatto con il passato. "I remember California" e "Pop Song 89" sono esempi di questa felice nuova combinazione dei nuovi R.E.M., con un'alternanza di suoni "acidi" e morbidezze folk.
Saltiamo al 1991. L'album, OUT OF TIME sviluppa il discorso iniziato con GREEN. L'orecchiabilità e l'immediatezza delle canzoni è il risultato di un arricchimento del linguaggio musicale, non certo un mezzo per aumentare le possibilità commerciali. Il gruppo dei R.E.M., affermatisi inizialmente soprattutto grazie al circuito delle "college radios", veicolo principale di tutta la giovane musica alternativa statunitense, non ha infatti tradito quel pubblico. Un omaggio a quel periodo è costituito dalla presenza di Kate Pearson dei B 52's (suoi i "backing vocals" in "Shiny Happy People"), gruppo che con il loro successo ha aperto le porte delle case discografiche ai gruppi rock della Georgia.
Nel 1992 esce AUTOMATIC FOR THE PEOPLE. Ritornare in sala di registrazione nel 1992 significava qualcosa di più che creare un nuovo album. Significava registrare il seguito di OUT OF TIME, il disco che ha permesso ad una delle band più 'alternative' della scena rock degli anni '80 e '90 di raggiungere la popolarità a livello mondiale, con conseguenti vendite eccezionali, senza assolutamente perdere la stima e l'appoggio della critica musicale, come testimonia la conquista di sette Grammy Awards. Significava, in sostanza, ripetere un exploit straordinario.
Nel 1994 I R.E.M. pubblicano MONSTER, composto da 12 nuove canzoni. Quello che stupisce di MONSTER è che ogni canzone ha una sua identità precisa, ognuna percorre un mondo diverso. L'idea di questo disco completamente diverso dai precedenti, è comunque nata durante la realizzazione di AUTOMATIC FOR THE PEOPLE.
Arriviamo al1996 e a NEW ADVENTURES IN HI-FI è il quinto album che i R.E.M. pubblicano su etichetta Warner. L'album contiene 14 canzoni che sono state composte, provate ed incise durante il tour MONSTER DEL 1995 e precisamente nei camerini, durante le prove e in studi di registrazione affittati al volo nelle città toccate dal tour. I R.E.M. lo definiscono un album dal vivo con il fascino da studio, uno studio album con forza live; inoltre, spiega Michael Stipe, non volevano perdere il momento magico della composizione aspettando il rientro negli Stati Uniti. Un album che io, però, definisco da gran paraculi (opinione personalissima, bien entendu…. Qui tradisco I toni steccanelliani del pezzo che mi ero ripromesso)
Nel 1998 Esce UP, primo album dei R.E.M. senza il batterista Bill Berry, ritiratosi nel 1997, proprio mentre stavano iniziando a provare le nuove canzoni dell'album. UP è entrato direttamente al primo posto nella classifica dei dischi più venduti, rimanendo nella Top25 per oltre due mesi; complessivamente UP ha venduto oltre 4,5 milioni di copie; in Italia ha venduto più di 250 mila copie.
Nel 1999, il 17 giugno, i R.E.M. sono partiti da Lisbona per un tour europeo, in Italia hanno tenuto un unico concerto l'11 luglio a Bologna, allo stadio Dallara.
L'11 maggio 2001 viene pubblicato REVEAL, il nuovo cd dei R.E.M. Il primo singolo tratto da questo album è "Imitation of Life". 'REVEAL', contiene 12 brani inediti ed è stato prodotto dal fedelissimo Pat McCarthy. Arriviamo al giorno d’oggi con l’album AROUND THE SUN che, probabilmente, la farà da padrone nel concerto di sabato prossimo.

[ Questo Messaggio è stato Modificato da: stecca il 28-05-2007 11:13 ]
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harryhaller


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R.E.M
Parto da document, in cui oltre alle note "It's the end of rhe world" e "Finest worksong" ti segnalo "The one I love", prima traccia del genio di stipe, che spero vivamente esegua in concerto.
Il successivo album, primo vero successo del gruppo, oltre alle canzoni citate nella recensione, contiene "stand", un po' inflazionata ma sempre apprezzabile. Cmq album tutto da ascoltare e molto orecchabile. Condivido la particolare menzione di d'artagnan su "I remember california".
In Out of time, neanche a dirlo, altre tracce del genio creativo di stipe con "losing my religion", canzone che, in periodo liceale, mi ha fatto conoscere il gruppo di athens.
Altra segnalazione per la divertente "shiny happy people" con video fulminato e partecipazione di una rossa, di cui non ricordo il nome, anch'essa di athens.
Automatic for the people è forse il miglior album dei R.E.M., inteso come qualità complessiva di tutti i pezzi.
Angosciante ma fenomenale "drive", un invito a meditare....nobody tells you what to do...
"The sidewinder sleeps tonight" fa parte di quei pezzi assurdi ma coinvolgenti che ormai mi aspetto in ogni album dei R.E.M. ma che ultimamente scarseggiano.
Nota a "man on the moon" colonna sonora dell'omonimo film con un grandioso jim carrey.
Una critica, se possibile, per "everybody hurts" una bella canzone che rappresenta, però, un vero inno alla depressione. Non so se hai presente il video da suicidio con una fila chilometrica di gente in coda in auto con facce alienate ? Mi sono sempre chiesto che cosa significhi dire "non lasciarti andare perchè (tanto) tutti soffrono".
Arriva poi monster con uno dei pezzi più geniali e intuitivi di stipe "what's the frequency kenneth ?" uno di quei pezzi liberamente interpretabili...una domanda a cui ognuno può dare la risposta che preferisce....
Per il resto l'album delude le attese.
New adventures in hi - fi, nonostante lo scarso successo di vendite, è, a mio parere, un ottimo album che in pochi hanno apprezzato ma meglio così.
"How the west was won..." è forse un primo segnale, non ancora codificato, della critica politica di stipe, emersa in tutta la sua forza nell'ultima campagna elettorale americana.
Può essere interpretata, e così a me piaceva interpretarla (non amo le commistioni politiche) come inno alla libertà, all'irrazionalità, al pensiero senza regole......
I successivi albun deludono e vanno ricordati per il singoli "Daysleeper" e "Imitation of life", canzoni carine e promettenti ma non accompagnate da altri pezzi degni di menzione. L'unica canzone che merita è forse "All the way to Reno".
Scartato il singolo del greatest hits...copiato da It's the end of the world, non credi ? arriva around the sun.
L'album è molto bello, va ascoltato tutto, forse non è di impatto immediato ma merita attenzione.
L'unico limite è la mancanza, dovuta forse alla mancanza di berry, di brani della prima fase dei rem.
Cambia decisamente il suono, è molto più melodico e c'è più ricerca introspettiva. Gli album precedenti avevano pezzi "divertenti" e pezzi "melodici"; ora dei primi non vi è più traccia e dubito che ve ne sarà in futuro e questo fatto è un peccato.
Unica nota dovuta per "leaving new york" vero capolavoro che, a parte la bellezza del testo e il chiaro intreccio politica - storia d'amore, si presta ad una lettura libera...ad ognuno la propria dedica e la propria interpretazione....e poi il pezzo in cui dice "you might have succeeded in changing me, I might have been turned around, it's easier to leave than to be left behind, leaving was never my proud" non è forse un invito a fottersene di quello che la gente pensa ?
Un saluto e un buon concerto
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stecca


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| Inserito 26-05-2005 alle ore 12:42  
"Scar Tissue" by Antony Kiedis
E' in tutte le librerie la straordinaria biografia scritta dal grande leader dei mitici RHCP (ed. Mondadori), dove viene ripercorso l'incredibile cammino artistico di questo straordinario gruppo rock californiano dagli inizi burrascosi e provocatori (erano noti i loro concerti nudi) fino al grande successo planetario di questi anni, dalla morte di uno dei fondatori all'abbandono di Frusciante e al suo recupero, insomma tutto quello che è servito a costruire il mito di quello che è probabilmente oggi il più importante fenomeno rock by USA. Il titolo, occorre dirlo ?, è quello di una delle loro più belle canzoni che ha un pò segnato la "svolta" musicale del gruppo insieme ad "under the bridge" e "californication", svolta forse un tantino più commericiale (penso a By the way) ma sempre a livelli altissimi. Tra le tante "stranezze" di costoro pare che ai prossimi concerti verranno distribuite cuffie a tutto il pubblico per ragioni di "inquinamento acustico"...
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